SPEDIZIONE GRATUITA SOPRA I 99€ | CONSEGNA IN ITALIA IN 2 - 3 GIORNI LAVORATIVI
di Costantina Vocino
Note a margine della masterclass “Assaggia il Lazio” — Castello di Santa Severa, 11 settembre 2026
C’è una domanda a cui, ritengo, il vino laziale non possa ormai più esimersi dal rispondere. Ed è questa, voglio dirla così, diretta e senza fronzoli: chi sei tu?
È una domanda sulla vocazione: qualcosa che “chiama” offrendo una direzione riconoscibile anche quando tutto intorno cambia forma. L’idea di identità irremovibile vive oggi un momento di sfidante e profonda crisi. Del vino in sé, ma forse anche come specchio del genere umano.
Mi spiego meglio. Spesso pensando al vino in generale, tendiamo a focalizzarci sui vitigni, le denominazioni o i protocolli di vinificazione. Ma l’essenza del vino ha a che fare con qualcosa di meno catalogabile, di ineffabile, come se il suo saldo finale superasse la somma delle componenti che lo caratterizzano. In alcune regioni d’Italia questo bagaglio di valori immateriali, per così dire, questa leggendarietà è ormai acclarata. Pensiamo al Piemonte, alla Toscana, al Veneto.
I produttori laziali sembrano essere accompagnati, invece, da questa sorta di fatica narrativa che, ormai da decenni, impedisce a questo bel territorio di splendere al pari delle grandi regioni d’Italia. Come se non riuscisse più a trovare la sua identità profonda.
È una considerazione che mi è sorta cercando di tradurre, al pubblico in aula, le microvinificazioni presentate alla Masterclass inaugurale di Assaggia il Lazio, dedicata quest’anno ai vitigni autoctoni e resistenti oggetto della ricerca sperimentale di ARSIAL, che ha avuto luogo presso il Castello di Santa Severa. Una bellissima iniziativa promossa dalla Regione Lazio.
Si fa un gran parlare al giorno d’oggi di identità, di autenticità, ma cosa significa rimanere autentici quando il mondo intorno cambia? Clima, tecnologia, mercato, cultura, ognuno di questi ambiti ha visto una rivoluzione epocale nel giro degli ultimi trent’anni.
Per capire dove si trova oggi la viticoltura laziale, vale la pena chiedersi da dove viene.
Alla fine dell’Ottocento e per gran parte del Novecento, il Lazio era il cuore pulsante della viticoltura del centro Italia. I suoi vini più famosi – Frascati, Marino, Castelli Romani, Est!Est!!Est!! di Montefiascone – erano celebri in tutta Europa. Erano i vini di Roma. Una capitale da tre milioni di abitanti a venti chilometri dai vigneti, che consumava quotidianamente vino nelle fraschette e nelle osterie, che lo esportava come simbolo della romanità.
La loro fama era geografica oltre che qualitativa. E quella fama, per decenni, è bastata.
Il sistema negli anni ha poi iniziato a edificarsi sulla quantità. Le cantine sociali si sono dotate di impianti industriali. Il sistema di allevamento a Tendone, adottato diffusamente per massimizzare la produzione, è stato inserito su larga scala per incrementare i volumi.
Le denominazioni contavano ancora poco – negli anni Ottanta il vino imbottigliato dalle DOC rappresentava solo il 10% della produzione nazionale totale. Il vino laziale sfuso, leggero, abbondante, era il vino quotidiano, fatto per la gioia di Roma.
Poi è arrivato il 1986.
Lo scandalo del metanolo ha innescato la prima vera rivoluzione qualitativa del vino su tutto il territorio nazionale. Le esportazioni sono crollate di oltre un terzo: da 18 a 11 milioni di ettolitri. Il fatturato è calato del 25%. L’Italia vitivinicola ha dovuto scegliere: quantità o qualità. Così la produzione nazionale è scesa da circa 76.8 a 47.4 milioni di ettolitri nel corso di quarant’anni, mentre le denominazioni DOC, DOCG e IGT sono passate dal produrre solo il 10%, a rappresentare oltre i due terzi di tutte le bottiglie italiane. Il fatturato del settore è cresciuto da 2 a oltre 16 miliardi di euro.
In tutto ciò, cosa è successo al vino Laziale?
Mentre il Piemonte costruiva il mito del Barolo, la Toscana lanciava Brunello e Supertuscans, il Veneto moltiplicava i successi dell’Amarone, il Lazio continuava a puntare sul volume e sulla prossimità geografica con la capitale. Una scelta comprensibile – il mercato romano è enorme – ma che nel tempo si è rivelata insufficiente a dare una risposta concreta alla crisi del consumo del vino di questi ultimi anni.
I dati attuali ci confermano la stessa storia. La DOC Castelli Romani è oggi la denominazione laziale per volumi con 62.000 ettolitri certificati nel 2023, Frascati si attesta a 37.000 ettolitri, Marino a 31.000 con un trend discendente. Sono numeri che raccontano un territorio produttivo ancora vitale, ma che sembra non aver trovato una sua dignità qualitativa stabile. Rispetto a regioni comparabili (come la Toscana, dove il prezzo medio a bottiglia è notevolmente più alto), il Lazio paga oggi lo schiacciamento verso la fascia medio-bassa. La maggior parte dei volumi venduti resta concentrata ben sotto la soglia degli 8,00 €, mentre le “eccezioni virtuose” di fascia alta (15,00 € – 30,00 €) rappresentano numericamente una quota di mercato ancora minoritaria.
Alla fine degli anni Ottanta il consumo pro capite era superiore a 100 litri l’anno. Oggi è sceso a 33-34 litri. Questo numero racconta il cambiamento strutturale del mercato in modo immediato e mostra ancora meglio perché la strategia della quantità non funziona più.
Ma il territorio laziale non ha mai smesso di avere una vocazione. Ha solo smesso di esserne consapevole.
Per decenni la qualità dei vini in commercio ha dato ragione ai pregiudizi: bottiglie piatte, difettose, vinificate con logiche industriali o spacciate per “tradizionali” solo per giustificare l’assenza di cura enologica.
Il paradosso è questo: l’area vulcanica dei Castelli Romani e del Lazio produce vino su suoli tra i più vocati d’Italia, custodendo un patrimonio di vitigni autoctoni – dalla Malvasia Puntinata al Bellone, dal Cesanese al Bombino – con una personalità espressiva rara e identitaria. Infatti, le etichette delle cantine più virtuose hanno saputo offrire, soprattutto in questi ultimi anni, un’altra prospettiva: il vino laziale può sorprendere e conquistare.
Tali realtà hanno dunque ampiamente dimostrato che quando la visione cambia, quando la tecnologia e la competenza incontrano la vocazione di questi suoli vulcanici, il Lazio produce vini straordinari.
Il piano della sfida che questo territorio è chiamato ad affrontare, si gioca dunque su due fronti: il primo è quello culturale, il secondo è nel preconcetto legato all’etichetta.
In altre parole, il territorio ha il potenziale, ma manca ancora una narrazione comunicativa, commerciale e produttiva che sia all’altezza. La vocazione del territorio – quella minerale, vulcanica, capace di complessità – è rimasta intatta sotto una logica industriale; ma non è stata più espressa dalla comunità dei produttori, attraverso vini che avrebbero dovuto tradurla nel calice.
I vini che abbiamo degustato alla Masterclass ne sono stati la prova. Sono il risultato di anni di lavoro sui vitigni autoctoni laziali, quelle varietà che la storia ha selezionato in secoli di incontro tra vite e territorio, e sui vitigni resistenti PIWI, che aprono una conversazione concreta sul futuro della viticoltura in un clima che cambia. È proprio questo lo scopo delle microvinificazioni ottenute dall’ottimo lavoro dell’Azienda Dimostrativa Sperimentale ARSIAL di Velletri: restituire agli addetti ai lavori la possibilità di ascoltare il potenziale autentico di ogni vitigno. Erano presenti 4 vini da varietà autoctone: Spumante Pampanaro 2024, Maturano bianco 2025, Moscato di Terracina 2025, Maiolica 2025; 2 vini da vitigni resistenti: Cabernet Eidos 2024, Merlot Kanthus 2024; 1 vino ottenuto dall’assemblaggio tra vitigno autoctono (Maiolica) e vitigno resistente (Cabernet Eidos), dove tradizione e nuove frontiere di sostenibilità hanno letteralmente coabitato.
Quel potenziale si è fatto sentire forte e chiaro nel calice. La complessità era lì, l’identità territoriale era riconoscibile, la qualità era tangibile, grazie all’enorme lavoro di cura da parte del team di Arsial, che ha reso ben presente come il Lazio vitivinicolo ha le carte per brillare al pari delle regioni italiane più affermate.
Il lavoro che ARSIAL porta avanti nei vigneti sperimentali è il risultato di un impegno collettivo: il coordinamento scientifico del dott. Giovanni Pica, la responsabilità agronomica del dott. Giorgio Colatosti con il contributo di Alessandro Lolli e Daniele Cedroni, la consulenza per le microvinificazioni affidata all’Enologo Stefano Arbau. È un progetto di ricerca, ma anche un atto di responsabilità culturale verso un territorio che già possiede tutto ciò che serve per affermarsi: storia, biodiversità, vocazione. E che, ne siamo ormai certi, ha ancora molto da raccontare al mondo.
La sfida adesso è trasformare la ricerca in sistema. Portare questi risultati fuori dai laboratori e dai campi sperimentali, dentro le cantine, dentro le denominazioni, dentro le scelte quotidiane dei produttori. Portare la speranza nei cuori. Molto è già stato fatto dai produttori locali, ma è ancora un lavoro in divenire, per permettere all’identità dei vini laziali di attendere alla sua vocazione ed esprimersi finalmente in tutto il suo straordinario potenziale.
Fonti: ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), Borse Merci — Prezzi all’origine dei vini sfusi e DOC/IGT regionali; Camera di Commercio di Roma (CCIAA), Listini dei Prezzi all’Ingrosso — Settore Vitivinicolo; Osservatorio ISMEA-NielsenIQ, Rilevazioni sulle vendite di vino nella Grande Distribuzione Organizzata.
Per approfondire la storia dell’Azienda Dimostrativa Sperimentale ARSIAL di Velletri citato nell’articolo, puoi guardare questo video: Cantina Sperimentale del CREA – Velletri. Il filmato mostra le attività condotte nei vigneti e nei laboratori enologici di Velletri, offrendo un riscontro visivo diretto sul lavoro di sperimentazione sui vitigni autoctoni descritto nella masterclass.